L’uso della mascherina e il distanziamento sociale che cosa ci lasciano?

Pensavamo di essere al sicuro nelle nostre case, nelle nostre città e all’improvviso l’imprevedibile ha buttato all’aria il nostro senso di sicurezza e di certezze. Abbiamo dovuto modificare le nostre abitudini sociali per adeguarci alle restrizioni imposte, abbiamo smesso di abbracciarci, scambiarci una stretta di mano, il nostro prossimo è diventato un potenziale pericolo. Il continuo battage mediatico ha fatto il resto, rafforzando il senso di pericolo e vulnerabilità nel contatto sociale.

Siamo animali sociali.

Essere in relazione e scambio con i nostri simili è una necessità fisiologica innata; Il nostro sguardo sul viso dell’altro ha una funzione calmante sul sistema simpatico: dall’espressione della persona che ci sta di fronte, il nostro sistema di allerta capta segnali di sicurezza e sintonia o indifferenza o minaccia e si adegua di conseguenza. Mi chiedo cosa succeda al nostro organismo quando siamo immersi in relazioni sociali schermate da mascherine facciali che occultano l’espressività dei visi, dei sorrisi. La mimica facciale rafforza la comunicazione e l’empatia e con essa la percezione di sicurezza. Probabilmente ci sintonizziamo maggiormente sul tono della voce, ci adattiamo a selezionare stimoli che vengono dall’espressione degli occhi e dal significato delle parole, ma queste limitazioni e queste abitudini che impatto hanno sul nostro sistema di allerta?

E’ fuori di dubbio che eliminare la stretta di mano, gli abbracci e l’utilizzo della mascherina abbia conferito un atteggiamento rigido, contenuto e difeso nella maggior parte di noi. Gli schemi automatici si costruiscono progressivamente nel tempo, il sistema nervoso autonomo si modella con l’esperienza. Ecco dunque che risulta necessario chiederci cosa è cambiato nel nostro comportamento, quanto inibiamo lo slancio spontaneo verso l’altro, quanto e come tratteniamo nella postura e nelle fasce muscolari la paura della malattia?

Qual è dunque il prezzo che il nostro organismo ha pagato per adattarci a convivere con questa minaccia costante subdola e invisibile? Quanto siamo stati contaminati dalla paura? Credo che sarà importante per la salute di ognuno di noi indagare come il nostro sistema di difesa è intervenuto per proteggerci, quali contratture, abitudini apprese e non più necessarie, abbiamo assunto. Ammetto, ad esempio, che nascondere il viso con la mascherina spesso mi sembra confortevole, permettendomi un distacco e una distanza vicina all’assenza. Questo atteggiamento si accompagna ad un mancato radicamento e disconnessione con il corpo, ad una mente annoiata e giudicante. Ma voglio davvero vivere così, facendo finta di esserci? Ancora, camminare all’aperto, come cambia l’andatura con la mascherina o senza? La postura e il respiro sono gli stessi?

Il sistema nervoso reagisce al movimento del corpo.

Questi piccoli cambiamenti possono apparire banali e insignificanti, ma così non è: il sistema nervoso autonomo reagisce al movimento del corpo e ai cambiamenti di postura allo scopo di mantenere un ambiente interno stabile e di supportare le interazioni con il mondo esterno. I barorecettori, dei sensori collocati nei vasi sanguigni, rispondono velocemente ai cambiamenti di postura corporea, incrementando o riducendo la frequenza cardiaca attraverso l’azione del freno vagale. La buona notizia è che cambiare postura intenzionalmente influisce sullo stato autonomico e l’autoregolazione del sistema nervoso autonomo può allora avvenire con la consapevolezza corporea che farà cadere i movimenti e le posture difensive, le rigidità e le contratture. Ad esempio, flettere ed estendere, dondolare ed oscillare il corpo e ritrovare il radicamento.

Praticare il tremore neurogeno con questa consapevolezza avrà un effetto profondo di ‘pulizia’ da queste tensioni parassite inconsce. L’azione regolatrice del tremore neurogeno, rafforza il radicamento e con esso il senso di sicurezza, mettendo le paure ancestrali e inconsce al loro posto, contenute in un ambito per noi gestibile. Durante la vibrazione, volontariamente, possiamo fare delle smorfie, strabuzzare gli occhi, fare vocalizzi e osservare se questo ha un effetto liberatorio sul viso. Questi esercizi potrebbero rendere l’esperienza più profonda e stimolante, quindi sarà importante gestire l’intensità e la durata del tremore con pause frequenti. Dobbiamo ritrovare, a livello personale e collettivo, la facoltà di rimanere in equilibrio nella tempesta e in questo il TRE ci può essere di grande aiuto.

Testo di Giulia Villa

 


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